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Guardarsi dentro, senza timore

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Arrendersi o non arrendersi? La storia di Andrea

“Non arrenderti”, “non arrendersi”, “non bisogna mai arrendersi”, queste e molte altre frasi simili, sono ormai diventate i motti degli ultimi anni. Soluzioni vendute come semplici, alla portata di tutti; suoni che invece, ad ascoltarli bene, hanno a mio avviso una sola funzione: oscurare la vita reale di ognuno di noi, facendoci sentire inadeguati soprattutto nelle situazioni concrete in cui tutto vorremmo tranne che non arrenderci. 

Ogni percorso di vita è diverso, così come lo è la nostra attitudine, il nostro carattere, la nostra personalità, il nostro spirito nell’affrontare eventi e avvenimenti e/o difficoltà quotidiane (piccole o grandi che siano). “Non arrendersi mai” è un concetto che da solo non può essere una soluzione: merita un approfondimento, merita di essere mostrato come realmente possibile.

Attraverso la storia di Andrea, quella che leggerai in questo articolo, scoprirai che non arrendersi di fronte alle difficoltà, e quindi evolvere, cercare altre strade, è davvero possibile, ma ad una condizione: ascoltando se stessi, correndo il rischio di fermarsi per poi spingersi a ricominciare. Perché la vita è un tempo lungo, e anche se noi cerchiamo continuamente di spezzettarlo, classificarlo, ordinarlo e definirlo, scorre in avanti, con o senza di noi. Dunque, non ci resta che cogliere ogni occasione, soprattutto quelle che hanno come “male necessario” la nostra evoluzione. 

Ma non voglio anticipare troppo: ti consiglio di leggere tutto fino alla fine. 

METTERSI IN GIOCO

«Ciao Melissa, finalmente trovo il tempo di scriverti, o probabilmente prima non riuscivo a trovare un coraggio tale da potermi esporre e raccontarmi. Eppure faccio ormai della creatività un motivo per raccontare, che cosa strana. Vorrei poterti dire: ”Sai, mi sono svegliato una mattina e ho capito di essere diventato così” invece, con orgoglio, adesso posso dirti: ”È stata lunga, ma la cosa divertente è che non è ancora finita”».

Come dico spesso, esporsi e partecipare ad un progetto come “Storie di Vita” non è semplice. Richiede non solo il coraggio di mettere in gioco se stessi al cento per cento (o quasi), ma anche quello di raccontare agli altri le proprie fragilità. Eppure, quando Andrea mi ha scritto, in seguito alla sua decisione, io sono stata molto felice, soprattutto sapendo cosa ha significato per lui: un gigantesco salto all’indietro, che gli ha permesso di guardare all’Andrea di oggi con orgoglio, nonostante, come ha detto lui, non sia “ancora finita”.

Un bambino che voleva soltanto esprimere la pienezza dei suoi anni

«Immagina un bambino che gioca nell’orto di casa, che ogni giorno inventa una nuova puntata di una serie infinita, dove i personaggi principali sono Spider-Man, Action Man, Goku, Trunks, Aquarius dei Cavalieri dello Zodiaco. Immagina lotte, intrighi, strategie ed effetti speciali. Sì, proprio loro. Hai mai visto un bambino lanciare la terra per fare l’effetto polverone? Immagina un bambino che non voleva crescere o che, semplicemente, aveva il desiderio di esprimersi ancora per qualche tempo. In fondo ad undici anni non c’è niente di male nel giocare».

Andrea da bambino
Una foto di Andrea da bambino (età: 2-3 anni)

«Eppure le voci coetanee giravano: “Alla sua età ancora gioca con i giocattoli!”; “Ma lo hai visto? A scuola fa le mosse di Street Fighter!” Immagina ora, un bambino, castrato da giudizi e catapultato improvvisamente nel “mondo degli adulti”. Derisioni, lotte, pianti, difese dietro le spalle di amici più vicini. E i primi amori non corrisposti».

Mentre leggevo per la prima volta le parole di Andrea, ripensavo a quante volte, nelle storie che ho raccontato su questo blog, è apparso il fenomeno del bullismo, o dell’emarginazione, in tutte le sue sfumature: a partire dalla violenza verbale fino a quella fisica. Ripensavo soprattutto a quanto può, soprattutto in alcuni momenti essenziali della nostra crescita, incidere un giudizio. Parole alle quali nessuno dà peso, ma che nella nostra mente, nei nostri ricordi, rimangono impresse e, a distanza di anni, fanno ancora sentire il loro eco. 

Come può un bambino, o un adolescente, di fronte a questi atteggiamenti pensare che “non arrendersi” possa essere la soluzione? La risposta è semplice: non può. Il mondo è costituito, tra le altre cose, da gesti e parole, ne siamo spettatori ogni giorno; quelle rivolte a noi, hanno il potere di formarci, o, in questi casi, di distruggerci e scomporci. Isolarci. Annientarci.

Vittima del branco

«Per quanto le scuole medie fossero il primo banco di prova, è alle superiori che sono arrivate le vere difficoltà. Che colpa può avere secondo te un ragazzino di 15 anni che sta sulle sue, che va discretamente bene a scuola, che ha solo bisogno di essere capito? Che decide, per quanto potesse sembrare ingenuo, di circondarsi solo di poche persone fidate. Beh, è inutile dirti che i pomeriggi trascorsi davanti al pc, per smorzare tutto questo, a disegnare, animare ed imitare le voci dei professori erano il suo miglior passatempo. Condividerli poi, ancor di più».

Andrea in terza superiore
Andrea durante la terza superiore

«Ma si sa, quando qualcosa piace poi ci si prende gusto, ed essere lo zimbello della classe era diventato un passatempo durato anni. Ma si sa, quando si tira troppo la corda, alla fine si rompe. E l’ultimo anno di scuola quel ragazzo è finito all’ospedale per il troppo bullismo».

L’adolescenza è un periodo nel quale ognuno di noi è alla ricerca della propria identità; è un percorso unico, che affrontiamo in modo diverso, irripetibile, che non ha canoni prestabiliti. Eppure, laddove esiste un branco, esiste una massa di persone che ritengono, per le ragioni più assurde e disparate, che i loro modi di approcciarsi alla vita siano gli unici possibili.

Il branco, in realtà, non si accorge mai di una cosa fondamentale: a differenza degli altri, i suoi membri non evolvono, poiché la loro priorità rimane soltanto quella di gettare i loro anni migliori nel tentativo di sfogare complessi d’inferiorità e frustrazione su chi viene ritenuto più debole e/o diverso, rimanendo così in un limbo di mediocrità autoimposta.

I bulli vanno a caccia, schiacciano, puniscono, umiliano, aggrediscono, si sentono forti nel loro fare “massa” ignorando l’unica verità: sono molto più deboli di quanto pensano. Persone come Andrea invece, diventano capaci nonostante tutto di rialzarsi, di rendersi degne di stima, piene di qualità, disposte a mettersi in gioco e ad imparare anche attraverso l’arrendevolezza.

“CHE BELLO ESSERE LIBERI”

«Chissà poi perché, il lasciare a 19 anni il proprio paese per andare all’università a 100km da casa, era diventato un luogo di rivalsa. Gli amici fidati di scuola, i nuovi colleghi, quelle parole così strane chiamate stima e rispetto. Il primo, vero, amore».

«Ecco dov’erano finite le soddisfazioni. Il supporto della famiglia, nuovi coinquilini, strategie per studiare fino all’ultimo esame e i primi, veri, disegni. Una cartucciera piena di desideri, sparata in sei anni prima con la Laurea Triennale, poi con quella Magistrale in Ingegneria dell’Automazione».

Andrea durante il giorno della sua laurea magistrale
Andrea durante il giorno della sua laurea magistrale

«Che bello essere liberi. Che bello avere quella voglia di trovare lavoro per diventare indipendenti».

Non arrendersi significa anche chiedere aiuto

«Cavolo quanto si era fatto figo il nostro ragazzo: giacca, camicia, scarpe eleganti ed un posto di lavoro di tutto rispetto a Bologna. Nel luogo dei suoi sogni. La TV piatta, la macchina, la casa, un lavoro più soddisfacente dopo una grande gavetta… e poi? Il nulla».

«“Chi sono io?” 

“Andre, chi sei?”

“Che cosa ci fai qui”

Quanto ci aveva pensato tanti anni prima, ma era arrivato davvero il momento. La decisione più forte che potesse prendere, in barba a tutti i pregiudizi. “È il momento di andare dalla psicologa!” Che grande percorso. Due anni e non sentirli, viverli. Avanti e indietro per quelle strade: buio, pioggia, nebbia, stanchezza».

«“Sai? Penso proprio che è arrivato il momento di proseguire con le mie gambe.” “Lo penso anche io.”»

Questo modo di raccontarsi di Andrea mi ha colpita davvero tanto; parlare di sé in terza persona è come guardarsi da fuori, fare lo sforzo mentale di uscire da se stessi ed essere onesti con quella che è stata la propria storia, il proprio percorso. Così come ci si deve onestà nel momento in cui ci si accorge di avere bisogno d’aiuto, nel chiederlo. 

Rielaborare il proprio passato è necessario per guardare al futuro; fare i conti con traumi subiti, esperienze irrisolte, seppur ritengo sia la strada più difficile, rimane comunque la più efficace, quella che odora di libertà, di svolta, di riconoscenza verso ciò che siamo nell’oggi – ignorare è molto più comodo, e sono la prima ad ammetterlo. Tornare a vederci per quelli che eravamo prima ci sfianca in un enorme e doloroso dispendio di energie; infatti non esiste giudizio, qui, per chi non riesce a farlo, se non un grande invito nel provare quantomeno a darsi una possibilità.

E se la cura fosse quella di seguire le proprie passioni?

«Stava nascendo qualcosa in questo nostro eroe che nel frattempo era rimasto solo, rinchiuso in casa per tanti mesi. Avresti dovuto vederlo durante il lockdown: un tripudio di emozioni contrastanti da non riuscire a gestirle ed il forte desiderio di tornare nel luogo di nascita. Avresti dovuto vederlo. Risvegliare una passione creativa che riservava, anni prima, solo ai momenti di stress prima di ogni esame».

«Il desiderio di creare un videogioco, ma per farlo servivano una storia, un personaggio e tanti disegni per poterlo animare. Ma, cavolo quanto gli era difficile rappresentare le braccia e le gambe in movimento. E poi quella testa, era così sproporzionata».

«Ho provato a chiederglielo, sai? Quando è stato quel momento in cui lo ha deciso, – qui Andrea si riferisce al fatto che ha provato a chiedere a se stesso, cercando di ricordare, il momento in cui ha deciso di intraprendere questa strada verso la realizzazione di un suo sogno –  ma mi ha detto che non lo ricorda. Facciamo così: considera un libro di disegno atterrato magicamente su un tavolo pieghevole. Che strani quei volti femminili. Chissà da dove venivano fuori. Che strani quei capelli così al vento, poi le braccia, il busto, le gambe, le proporzioni, le prospettive».

il disegno di una donna con le gambe da sirena
Immagine presa dal profilo Instagram di Andrea @andrewision ; questa illustrazione è stata disegnata direttamente da Andrea: rappresenta l’integrità, le origini, il mare ed una voglia di salire in superficie favorita dalla peculiarità stessa delle radici marine, come pinne per nuotare in acque più difficili.

«“Naah, non ho voglia di spendere soldi per comprare i colori, faccio meglio in digitale.” Un fidato iPad, per fortuna non atterrato, è comparso sul suo tavolo bianco. “Però! Funziona ricopiare i miei stessi disegni in digitale e poi colorarli.” E sai poi cos’ha fatto? Ha iniziato a pubblicarli e a scriverci sotto i suoi pensieri».

«Ah ma non è finita qui! Una batteria elettronica per la felicità dei vicini. Una lettura dopo l’altra: manuali, crescita personale, quel libro sulla vita di Steve Jobs che gli aveva sbloccato tutto. E qui ti volevo, l’Improvvisazione Teatrale! Immagina un bambino che può esprimersi. Che può raccontare, che può imitare, che può fare le mosse di Street Fighter senza che nessuno lo additi, che anzi, quanto fa ridere ed appassionare il pubblico. Soprattutto il mondo degli adulti».

«Saranno forse tutte le esperienze che porta avanti ancora oggi, perché delle strane connessioni adesso lo avvolgono. Non so come spiegarti Mel, ma è come se l’Universo si fosse accorto di lui. E lui dell’Universo».

…o le grandi prospettive!

«Grandi sono ora le prospettive che ha in testa, come quella voglia di vivere abbracciato dal sapore del mare. Certo, se solo agisse con poca poca più voglia di mettersi in gioco e rischiare. Ma forse in questo sono io che lo blocco, fissato dal dover valutare ogni termine aleatorio di equazioni di secondo grado probabilistiche. Per fortuna senza dirmelo, spesso ci si butta perché si fida del fatto che lo aiuterò sicuramente a togliersi dai guai nel modo migliore possibile».

«Immagina Mel, quel bambino. È lo stesso che ti sta scrivendo, senza il quale oggi Io non sarei nessuno».

Una foto di andrea che guarda il cielo con il cannocchiale
Andrea @andrewision, Marzo 2022

Arrendersi o non arrendersi: qual è dunque la formula corretta?

La storia di Andrea ha un finale aperto, nemmeno lui ha ancora idea di cosa gli riserverà il futuro. A questo proposito, mi sento di poter affermare che, allora, tutti noi siamo un po’ Andrea. 

Come dicevo all’inizio di questo articolo, siamo abituati a pensare la nostra vita come un tempo abbastanza lungo, travagliato, fatto di tappe, obiettivi da raggiungere, mete da perseguire e, quando ciò non accade, ci sentiamo un po’ spaesati. La nostra attitudine ci porta a spezzettare le cose per poterle classificare, ordinare, ma la vita o il tempo non rispondono ad alcuna legge di classificazione. La vita e il tempo ci slanciano in avanti, verso il futuro, mettendoci in situazioni dove siamo in continua evoluzione, in un percorso che non si arresta mai, nemmeno quando noi ci fermiamo. 

Una formula corretta dunque non esiste, perché anche arrendersi fa parte di un vissuto che può formarci. Come dicevo prima, siamo in continua evoluzione, e dal nostro percorso nulla viene escluso. 

Alla domanda “Arrendersi o non arrendersi?” riesco, al momento, a dare una sola risposta: prendere esempio dalla nostra stessa vita e ricordarci di tutti quei momenti in cui avremmo voluto compiere un passo indietro, per poi continuare a camminare in avanti.  

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Melissa Basta

Mi chiamo Melissa (Meli o Mel, di solito) e sono una scrittrice. “Guardarsi dentro, senza timore” è il mio mantra, la base da cui partire, il motto che sostengo e ciò che vorrei fosse d’ispirazione.

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