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Guardarsi dentro, senza timore

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riscattarsi

Riscattarsi dopo la violenza: la storia di Massimiliano Senza Cognome

Il bisogno di riscatto è uno dei sentimenti più umani. Riscattarsi, volersi liberare, in senso morale (che poi si trasforma, in realtà, anche in una sensazione fisica), diventa quasi una necessità dopo aver vissuto determinate situazioni o condizioni di vita. 

Riscattarsi però, non vuol dire solo questo; il significato a volte assume un sapore diverso: quello di voler interrompere un ciclo. Un circolo all’interno del quale ci si sente a tratti prigionieri e soffocati. Il significato di volersi sentire altro da ciò che si riconosce come sbagliato. 

Avvicinare due termini come “violenza” e “riscatto” poi, lancia un messaggio davvero forte. Qualcosa che colpisce direttamente nel profondo di ognuno, anche di chi, la violenza, ha avuto la fortuna di non conoscerla direttamente. 

La violenza domestica è un fenomeno ormai fin troppo diffuso; a pagarne il prezzo non è mai solamente la singola persona che la subisce, ma anche coloro che le ruotano attorno. È questo il caso di Massimiliano Senza Cognome*, una persona, un uomo, che a causa della violenza, vista e subita, ha interiorizzato la rabbia per poi riuscire a riscattarsi, a liberarsi dal male e trovare il suo equilibrio in una dimensione nella quale non c’è spazio per i soprusi.

Una persona che ha scelto di non giustificare il male con altro male; una persona che ha deciso di essere, come dice lui: “soltanto un uomo”. 

Ti consiglio di leggere questa storia fino alla fine, per scoprire il valore, il significato e la ricchezza di questa frase.

LA VIOLENZA E LE SUE CONSEGUENZE

«Mi chiamo Massimiliano; la mia è una storia come quella di tanti altri, una famiglia piuttosto semplice di meridionali migrati al nord per lavoro come tanti all’epoca. Ho vissuto un’infanzia un po’ tanto terribile. Mio padre era frustrato, si sfogava in casa e ho conosciuto solo violenza».

«Quello dei miei è stato un matrimonio un po ‘strano, che non andò per nulla bene. Mia madre ad un certo punto andò via perché mio padre era un violento. Lasciò me e i miei fratelli con lui, trovando un altro uomo, un signore egiziano che la portò in Egitto, con il quale ebbe altri tre figli. Tutt’ora lei vive al Cairo».

Ad un certo punto, Massimiliano, mentre mi racconta la sua storia dice una frase: “non è una storia molto appassionante, la mia”; ho voluto riportarla qui, dopo queste sue prime parole, per sottolineare quanto in realtà non sia affatto così.

Donne, uomini, bambini, anziani (nessuno escluso), subiscono violenze di ogni genere, ogni giorno, tra le mura di casa. Per quanto possiamo essere convinti che se ne parli a sufficienza, non è mai abbastanza. Questa storia, personalmente, la ritengo appassionante per l’anima: leggerla, permette di conoscere il male e allo stesso tempo di sopprimerlo. Leggerla, permette a chi vive queste situazioni di riconoscersi, e scoprire che esiste un modo per riscattarsi e riprendere in mano sé stessi.

LE CONSEGUENZE CHE SI RIFLETTONO SUI LEGAMI FAMILIARI

«Quando mia madre andò via, mio padre le disse che se fosse tornata l’avrebbe ammazzata; così, un po’ per la condizione in cui si trovava e un po’ per le minacce di mio padre, non l’ho più vista da quando avevo 4 anni. Sono il mediano di tre fratelli e sono cresciuto senza madre. Mia sorella ha un ritardo mentale ma sia lei che mio fratello non ho idea di dove siano».

«Non ricordo che anno fosse quando smisi di avere rapporti con mio fratello. Ma ricordo che fu per lo sdegno del suo comportamento: mio padre era sul letto di morte; io avevo rotto i rapporti da molto tempo con lui e vedere mio fratello che si dava da fare, come non aveva mai fatto, soprattutto per riuscire a gestire l’aspetto economico, mi fece pensare male di lui».

«Non ho mai voluto nulla da mio padre quando era in vita; così, non ero interessato a niente nemmeno dopo la sua morte. Mio fratello invece si comportò diversamente; quando dissi di non essere interessato all’aspetto economico, pronunciò una frase: “quello (riferendosi a nostro padre) finché muore prende la pensione”. Mi fece veramente vergognare di avere un fratello così. Da lì, interruppi ogni rapporto».

«Per mia sorella le cose sono diverse. Ha un ritardo mentale e vive in una casa famiglia. Ogni volta che la vedevo, mi riportava ad un passato che io volevo solo dimenticare. Ora sono una persona diversa ma, essendo passati tanti anni, preferisco lasciare le cose come stanno per non destabilizzare il suo equilibrio».

LE CONSEGUENZE NELLA VITA QUOTIDIANA

Un bambino che cresce in un contesto violento, porta i segni del suo vissuto durante ogni fase della sua crescita; non c’è distinzione tra violenza subita direttamente o indirettamente (magari solo vista o percepita): i segni restano …e crescono con lui. 

Le conseguenze della violenza domestica (o Violenza Assistita) possono riguardare ogni aspetto della vita di un bambino/adolescente: affettività, comportamento, capacità cognitive e/o sociali; vengono alimentate emozioni negative (paura, rabbia, ansia, tristezza, bassa autostima, eccetera), così come possono nascere disturbi mentali e del comportamento (problemi alimentari, depressione, disturbi del sonno, eccetera).

Difficoltà nelle relazioni sociali, difficoltà nel gestire la rabbia, isolamento, bullismo, emarginazione, senso di colpa, perdita di fiducia negli adulti; potrei fare un elenco infinito. 

Ma, lascio che siano le parole di Massimiliano a fare il resto.

LA SCELTA DI NON GIUSTIFICARE IL MALE CON ALTRO MALE

«Ho iniziato presto a capire che doveva esserci altro, che non poteva essere solo tutta violenza la vita. Sono stato anch’io un violento ma, come disse un uomo molto saggio 2000 anni fa, “anche la persona più cattiva è semplicemente in errore”. E cercai di capire quale fosse il mio errore. Dove stavo sbagliando. Non volevo essere così». 

massimiliano che gioca con i suoi cani
Foto presa dal profilo Instagram @ilsognatorecoipiediperterra

«Fino al militare sono stato una testa calda… ero arrabbiato col mondo. Spesso ho cercato e provocato risse, solo per il gusto di picchiare qualcuno. Giravo sempre con un coltello e non esitavo a tirarlo fuori; nel mio paese mi consideravano strano e così mio malgrado, in quel periodo, mi parlavano dietro e mi emarginavano, ma raramente mi affrontavano».

«Ho iniziato a bere pesantemente prima dei 15 anni. Bevevo ogni giorno. Ero sempre ubriaco e pronto a fare risse. Ho dovuto fare un lungo percorso interiore per arrivare a capire la mia rabbia. Ma, nel tempo, sono riuscito a trovare quei maestri di vita, spesso sconosciuti, che hanno saputo dare le risposte che quel ragazzino (me stesso) andava cercando. Ora sono un uomo, anzi, come piace dire a me, “soltanto un uomo”. E non mi arrabbio mai. La rabbia non fa più parte del mio essere».

«Mi sono anche sposato, ho avuto un bel matrimonio, anche se poi abbiamo divorziato. Siamo stati insieme 13 anni (tra fidanzamento e matrimonio). Tutt’ora per me è come una sorella; ha avuto una bambina che mi chiama “zio”; andavo spesso a trovarli anche se ora mi sono trasferito giù al sud e siamo un po’ lontani».

VIOLENZA NON GENERA PER FORZA ALTRA VIOLENZA

Raccontare la storia di Massimiliano, per me è davvero importante. Nella mia vita ho avuto modo di conoscere, purtroppo, alcune persone violente che giustificavano i loro atti attraverso il loro passato: “ho subito questo quindi di conseguenza agisco in questo modo”; nella loro narrativa tutto giustificabile, anche le azioni più aberranti. 

Questa storia, compreso ciò che leggerai tra poco, è la dimostrazione del fatto che riscattarsi e SCEGLIERE (perché di scelta si tratta, nulla viene calato dall’alto per diritto) di essere una persona migliore è POSSIBILE

Non è vero che la violenza, in ogni caso, genera altra violenza. Il nostro passato non giustifica chi scegliamo di essere; una volta raggiunte determinate consapevolezze abbiamo il potere di prendere atto delle conseguenze che determinati eventi hanno avuto su di noi e, in maniera sana, andare avanti e proseguire la nostra vita con mezzi differenti.  

Trovarmi di fronte ad una persona che ammette le proprie difficoltà e agisce, davvero, con concretezza, per migliorarsi, è per me un onore che non potevo non condividere qui.

Non è mai giusto giustificare il male perpetrato con il male subito.

RISCATTARSI PER SPEZZARE UN CICLO

«Ho iniziato a leggere molto, non romanzi, ma di tutto: meditazione, Reiki, Opus Dei, psicologia, Dianetics, la Bibbia…di tutto. Cercando risposte; quelle risposte che non trovavo. E poi, l’unica cosa che ho capito che potevo e dovevo fare era non essere come mio padre».

«Nel tempo ho completamente sradicato la rabbia dalla mia vita. Non mi arrabbio mai! Non perché reprimo, non è che io schiaccio la rabbia; tanti mi dicono “eh, se non ti arrabbi mai poi un giorno esplodi” …No. Non è così. Io non mi arrabbio perché non mi arrabbio, è diverso…non è che mi arrabbio ma faccio finta di niente come qualcuno fa, sbagliando tra l’altro. Semplicemente, volevo spezzare questo ciclo».

«Mio padre è cresciuto anche lui non bene; mia nonna, sua madre, si è ritrovata nel dopoguerra vedova, con 4 figli, nella sicilia di periferia..quindi insomma mio padre era una “bella” testa calda e mia nonna lo picchiava con il tubo di gomma. Ha imparato così e secondo lui educare i figli era quello. E così ha cresciuto noi. Io, non volevo essere e portare avanti questo retaggio. Mi sembrava assurdo».

«E così in principio, per dissociarmi e poi per essere sereno nel tempo, ho completamente sradicato la rabbia e la frustrazione dalla mia vita. Ho cominciato a seguire i famosi saggi; ce n’è uno in particolare che io adoro, perché secondo me quando parla dice cose che io già penso e quindi dico: “ma guarda, allora avevo ragione ahahaha”. Si chiama Sadhguru… è veramente un grande. Come apre bocca dice solo cose vere, nella loro semplicità».

«Non so se mi sono raccontato bene; comunque, il concetto era questo: ci deve essere qualcuno, in un ciclo di violenza, che si tramanda di genitori in figli, che spezza questo ciclo altrimenti continua a tramandarsi. Se io avessi avuto dei figli, non li avrei mai trattati come sono stato trattato io. Quando, ad esempio, “do una sberla” per modo di dire, a uno dei miei cani perché magari la fa grossa, mi sento male addirittura».

massimiliano insieme al suo cane
In foto, Massimiliano Senza Cognome e uno dei suoi cani

LA SCELTA DI ESSERE “ALTRO”

Scegliere di dissociarsi, come ha dimostrato Massimiliano, è qualcosa che possiamo decidere liberamente. 

Come dicevo prima, ammettere di avere delle difficoltà, per quanto non sia semplice, è sicuramente una base da cui partire. La scelta di essere “altro” da ciò che si riconosce come sbagliato, comporta sicuramente un sacrificio: la decostruzione di sé stessi, che è il primo passo. 

Non è detto che tutti abbiano la capacità di ri-costruirsi poi da soli, come invece in questo caso, un percorso verso un modo di vivere alternativo; per questo non bisogna avere nemmeno paura di chiedere aiuto, quando necessario. 

La conseguenza che la violenza si trascina dietro può essere devastante; scegliere di essere “altro” da tutto ciò, è il primo passo per riscattarsi.

*”Senza Cognome” non è qualcosa che Massimiliano mi ha chiesto di aggiungere per questioni di privacy, ma per sottolineare il fatto che rappresenta proprio il suo dissociarsi totalmente da ciò che è stato suo padre per sé.

«Senza Cognome, è il mio cognome».

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Mi chiamo Melissa (Meli o Mel, di solito) e sono una scrittrice. “Guardarsi dentro, senza timore” è il mio mantra, la base da cui partire, il motto che sostengo e ciò che vorrei fosse d’ispirazione.

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