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Guardarsi dentro, senza timore

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emarginato

Una vita da ragazzo emarginato: la storia di Aldo

Nonostante le conquiste della società sembrino avanzare sempre di più, poter affermare, ancora al giorno d’oggi, “sono un ragazzo emarginato” non è semplice. Non importa quanti anni tu abbia, bambino, adolescente, adulto: è come un marchio che ti s’imprime addosso lasciando segni come fossero cicatrici. 

Di conseguenza, se sei emarginato, rimani da solo. Diventi la vittima preferita di coloro che sentono il bisogno di sentirsi forti schiacciando quelli che sono ritenuti più deboli; perché tanto sei un invisibile o…aspetta! come direbbero loro? Ah si… “uno sfigato”, senza alcuna possibilità. 

Eppure, quando ho incontrato Aldo per la prima volta (coloro che mi leggono da tempo lo sanno già, il mio compagno), non avrei mai pensato che un ragazzo emarginato potesse diventare così ingombrante. 

aldo e melissa che si abbracciano
Qui, ci eravamo incontrati da poco.

Alcune persone, soprattutto quando sono vittime, tendono a pensare che nel mondo per loro non ci sia più spazio; che quando ti conferiscono il ruolo di “nullità” c’è poco che puoi fare per risalire a galla nel mondo dei “vincitori”. La cosa che non viene considerata, però, è questa: siamo sicuri che il mondo dei “vincitori” sia quello giusto a cui ispirarsi? 

Alla fine, questa storia, vi darà la risposta.  

QUEL GIORNO ERO UN BAMBINO CHE SCOPRIVA PER LA PRIMA VOLTA LA SOFFERENZA

«C’è stato un momento particolare della mia vita in cui mi sono reso conto dell’esistenza del male, della sofferenza. Ero molto piccolo, avevo 6 anni e vivevo in una zona di periferia che non veniva molto curata o tenuta in considerazione. Ricordo bene queste erbacce; le aiuole mal curate. Scendevo spesso a giocare con il pallone; quel giorno, mentre giocavo con la palla, accidentalmente l’ho lanciata in mezzo ai cespugli. Andai così per riprenderla, trovandomi di fronte ad una scena raccapricciante: un gatto morto, palesemente ucciso da qualcuno in maniera brutale. Quello fu un primo scontro con il male.»

Da bambini, nella maggior parte dei casi almeno, l’idea della sofferenza non è così chiara. In un mondo così veloce, è come se non ci fosse spazio per “un’amicizia graduale” tra noi e lei: ci colpisce all’improvviso. In quel momento, inevitabilmente, diventiamo già un po’ più grandi.

«Mi ricordo che scappavo e il cuore mi batteva forte. Non avevo la consapevolezza di un adulto, ero molto confuso e, nel correre, sono inciampato, finendo in mezzo a dei rovi dove alcune spine si infilarono nella mia mano; piangendo poi sono corso a casa. In quel momento, anche se non avevo le idee ben chiare, avevo capito realmente che esiste il male, la sofferenza, la violenza. E, oltre a questo, anche qualcuno che sceglie liberamente di far soffrire.»

aldo da bambino con suo fratello

Per una persona adulta, ritrovarsi di fronte ad una scena del genere, o immaginarla, per quanto dispiacere o rammarico possa creare è, purtroppo, diventato qualcosa che può accadere, all’ordine del giorno (io, ad esempio, quando sono in macchina mi imbatto spesso in animali senza vita, ai lati della strada. Un fenomeno orribile e piuttosto comune). Per un bambino invece, un evento del genere è stravolgente; quel bambino, non sarà più lo stesso che un paio d’ore prima era a casa, a guardare i cartoni animati. Continuerà a farlo, certo, ma con sensazioni ed emozioni diverse. A tutti noi è successo, a causa di circostanze diverse, anche se spesso capita di non ricordare il “giorno X” in cui questo è avvenuto. 

TRA EMARGINAZIONE, BULLISMO E SOLITUDINE

«Ho deciso di raccontare l’episodio del gatto perché per me quello è stato un evento “X”; non solo ho iniziato ad avere consapevolezza del male, ma anche del fatto che altri possono provocarlo solo per il piacere di farlo. Non c’è un giusto o sbagliato nella loro testa: c’è qualcosa di più crudele; fuori dalla morale, chi ha ucciso quel gatto lo ha fatto per il puro piacere di infliggere dolore. Di schiacciare.»

Questa, sarà una consapevolezza che Aldo si porterà tutte le volte che, il male, deliberatamente, lo hanno inflitto anche a lui. 

«Non è stato facile vivere anni della mia vita nell’emarginazione; tenuto fuori, nella solitudine. Come dico spesso, la solitudine è una bella casa… ma solo se ci passi le vacanze. Non per abitarci. Quando vieni escluso, è una condizione di sofferenza. Averlo vissuto in prima persona, oltre al bullismo, mi ha sicuramente condizionato psicologicamente sin da piccolo. Sono stato un ragazzo emarginato e, a causa di questo, mi sono trovato spesso ad inseguire la mediocrità per essere considerato… era ciò che volevo! Ovvero, essere uno dei tanti, nonostante questi “tanti” non fossero il miglior esempio da seguire; il massimo a cui ambivo era essere parte di loro».

«Questo purtroppo non mi ha dato modo di sviluppare al massimo, almeno nella fase iniziale della mia vita, quelle che erano le mie potenzialità. Non lo dico per giustificare alcune scelte sbagliate ma, non è vero che tutto dipende da noi. A volte bisogna trovarsi nelle circostanze giuste; lo sviluppo delle nostre capacità dipende anche dal contesto e da come noi siamo relazionati e posizionati in quel contesto.»

Quando parli con Aldo, ascolti i suoi discorsi e ti immergi nelle sue consapevolezze crude, a volte “feroci”, te ne accorgi subito: il percorso per arrivarci è stato sicuramente lungo. Non penseresti mai, vedendo quest’uomo così forte, che abbia potuto subire anche lui nella vita. Eppure, come dicevo all’inizio, questa storia risponderà a molte domande, di molte persone, ragazzi, che vivono o hanno vissuto situazioni simili. Soprattutto, quella fatidica domanda che ho posto inizialmente, riguardo al mondo giusto a cui ispirarsi.

NON SI DIVENTA EMARGINATI O VITTIME DA UN GIORNO ALL’ALTRO

«Ci sono tanti fattori che hanno fatto sì che io diventassi una possibile vittima di bullismo ed emarginazione; la mia estrema sensibilità è stata sicuramente una condanna: ricordo che da piccolo a volte mi fermavo nel giocare..mi sedevo su una sedia, chiudevo gli occhi e pensavo “e se dopo la nostra morte non esiste più nulla ed è tutto buio?”, so che non sono pensieri che dovrebbe fare un bambino, ma io li facevo. Mi accadeva lo stesso quando nella scuola privata, il primo anno, ci facevano pregare e nel mentre io pensavo: “e se stiamo pregando qualcosa che non c’è?“ Poi, a causa di altri conflitti e situazioni, di cui non posso parlare apertamente per proteggere alcune persone che mi sono vicine, ho vissuto grossi conflitti di inadeguatezza; non ero nelle condizioni di essere il ragazzino più socievole possibile».

«A scuola un giorno si e un giorno no capitava di prendersi a botte con gli altri; subivo alcuni meccanismi di discriminazione anche da parte degli insegnanti, in quanto credevano che non fossi in grado di elaborare certi pensieri. Ricordo un episodio particolare; la prof di geografia un giorno confuse il fatto che l’Alaska facesse parte dell’Asia, così la corressi e tutti in quel momento mi diedero contro.»

Spesso chi viene emarginato o subisce atti di bullismo, si sente colpevole, inadeguato, pensa addirittura di meritare ciò che gli sta accadendo. Dalle parole di Aldo però, possiamo capire qualcosa di fondamentale: alla base ci sono, SEMPRE, motivazioni profonde. Non si diventa emarginati da un giorno all’altro; qualcosa accade nella vita di quel bambino/ragazzo. Un qualcosa che lo condiziona dall’interno, che lo spinge ad agire in un determinato modo; che lo spinge a sentirsi inadeguato, meno meritevole rispetto ad altri. E, mi dispiace ammetterlo, ma anche gli adulti fanno la loro parte in questo, soprattutto quando fanno finta di non vedere o si dimostrano incapaci di accogliere. 

NEL VORTICE DEL BULLISMO

«All’inizio andavo molto bene a scuola, facevo la privata; poi i miei genitori fecero l’errore di spostarmi alla scuola pubblica, da un giorno all’altro, un ambiente totalmente diverso. Lì, per inseguire quella normalità/mediocrità di cui parlavo prima, abbassai il mio rendimento…volevo sentirmi più “normale”. Mi sono attaccato così ad altri amici che non erano per nulla adeguati a me; addirittura li ho chiamati “fratelli” e li ho frequentati purtroppo per anni, dopo le scuole. Questi, erano persone deleterie, che non mi hanno dato niente».

In fondo, tutti abbiamo avuto quel desiderio fortissimo di sentirci riconosciuti. Il bisogno di identificarci e poter anche solo dire: “si, io sono questo”. Che poi magari non faceva nemmeno per noi. Che poi magari era solo l’illusione di sentirci l’anima meno distrutta da ciò che ci circondava.

«Quando a scuola i ragazzini mi puntavano, mi chiedevo sempre “cosa ho fatto di male? Perché ce l’hanno con me?”;  mi guardavo allo specchio e la domanda, puntualmente, era questa: “cosa ho che non va, perché ridono di me?”. Ricordo questo bulletto che, con altri ragazzini, voleva prendermi a botte per essermi permesso di rispondere alla sua provocazione… cominciò a prendermi in giro, le ragazzine ridevano…tutto questo fuori scuola, con il mio zaino di Action-man…ero in seconda media».

«Arrivò diretto con i suoi amichetti e un pubblico ridacchiante che non aspettava altro che godere del fatto che lui mi prendesse a botte…mentre io non avevo nessun intento di fare del male. In quel momento, la mia sofferenza repressa, la rabbia, il nervosismo per quello che costantemente subivo…mi spinsero ad una reazione. Mi sono difeso, gettai la cartella a terra, e quando lui si avvicinò ebbe la peggio. Poi, arrivò mio padre a separarci».

«Situazioni del genere si sono susseguite nel corso degli anni: dalle scuole elementari alle medie, fino alle superiori. Non riuscivo MAI a capire cosa facessi di sbagliato: ero semplicemente il classico sfigato, emarginato, bistrattato continuamente. Sicuramente c’era dell’inadeguatezza sociale da parte mia ma, questo, non giustificava sicuramente il trattamento che subivo da parte degli altri ragazzi».

«Il problema ad un certo punto non era più l’isolamento in sé, ma proprio il fatto che venissi bistrattato, considerato stupido. Questo mi ha portato una forte sofferenza. Dopo aver vissuto tutto ciò, inevitabilmente c’è un momento in cui esplodi; a me è successo a 17 anni.»

QUANDO ANCHE LA DEPRESSIONE GIOCA LA SUA PARTE

Gli eventi che subiamo hanno conseguenze; come scrissi tempo fa in un altro articolo, la depressione è un nemico invisibile, silenzioso, capace di risucchiare la vita e trasformare la persona dal suo interno. Ed è proprio lei, spesso, la naturale conseguenza di emarginazione e bullismo

«Ho cominciato, ad un certo punto, a pensare dentro di me che, per vincere e riuscire a sentirmi bene, sarei dovuto diventare un po’ parte di quello schifo che subivo. Verso i miei 18,19 anni iniziai ad uscire tutti i sabato sera, a bere come tutti gli altri ragazzi, ad emulare i loro comportamenti negativi. Addirittura entrai, assieme ad altri, di nascosto nella scuola di mio fratello, di notte, contribuendo ad episodi di vandalismo. Mi comportavo così perché in realtà la depressione mi stava attanagliando; ero preda dei sentimenti più ostili, non avevo interessi, pensavo: “se deve accadermi qualcosa che accada pure” …Quando non hai nulla da perdere è così. Un po’ come se io volessi riversare tutta la mia rabbia e frustrazione sul mondo, ma il mondo era così grande che non poteva prendersi il mio male…»

«Una sera ci fu una zuffa con dei ragazzi; una situazione particolare che mi ha segnato e mi ha dato modo di riflettere anche negli anni dopo; stavolta ero io a prendere di mira gli altri. In questa occasione, un ragazzo mi minacciò e io lo sfidai. Rimase sorpreso, pensava che io fossi chissà chi; la realtà? Ero solo un ragazzo sfigato che non aveva più nulla da perdere

«Complice di questo mio senso di inadeguatezza, che mi ha perseguitato, è stato (in quel periodo) anche il mio non aver mai avuto una donna fino ai 18 anni; nonostante poco dopo le donne sarebbero entrate a far parte del mio percorso di vita e formazione esistenziale, in quella parte della mia vita invece proprio la mancanza di avere a che fare con le donne ed essere escluso anche da loro, oltre all’emarginazione da parte degli uomini, mi faceva stare male».

POI UN GIORNO HO DECISO DI ESSERE INGOMBRANTE…

Capisco che questa storia, per molte persone, possa avere dei tratti molto crudi…e scomodi. Ho deciso di raccontare la storia di Aldo, chiedendogli se avesse voglia di esporsi in prima persona, per lanciare un grido. Un messaggio. Per poter credere e fare in modo che chi la legge e si trova in condizioni simili, possa capire di non essere l’unico. Che dietro ad una persona così imponente come può sembrare Aldo, può esserci una storia di sofferenza. Inadeguatezza. Insuccesso. Una storia che di colorato ha ben poco; che si può soffrire, certo, senza abbandonare del tutto sé stessi.

«So che ci sono ragazzi persi, che vorrebbero significare qualcosa, che sentono di non avere impatto sulla vita propria o su quella degli altri, che hanno ideali, obiettivi, sogni infranti. Io, a lungo avrei voluto qualcuno che avesse per me le parole giuste, che fosse stato lì, con me, a consigliarmi, ad aiutarmi. A dirmi cosa era giusto fare o pensare. A darmi almeno gli strumenti intellettuali per capire determinate cose. Una guida, insomma». 

«Gli uomini in particolare, soffrono questo stato di non avere un significato; ad oggi i giovani, nella società moderna, sentono di non avere impatto. Molti infatti, per fuggire ad un presente così opprimente, fanno uso di sostanze e altri mezzi alla ricerca di adrenalina… cercando di dimenticare il passato, il presente e un futuro che non vedono. Droga, alcol, psicofarmaci…suicidio».

«Esistono ragazzi emarginati, che fanno parte di una schiera di invisibili; una schiera di silenziosi che prendono purtroppo strade sbagliate e per loro rimane l’annientamento..persone dimenticate da tutti. Dilagano fenomeni come la depressione, mali silenziosi, pericolosi e spesso sottovalutati.»

«Ad un certo punto ho smesso di emulare qualcuno che non ero io; quando lo facevo, volevo cercare, in realtà, di ribaltare certe dinamiche/situazioni. Era un modo per reagire e mentre lo facevo paradossalmente ero ancora più debole. Ho avuto la fortuna di non fare mai utilizzo di sostanze, a parte bere, senza però mai spingermi oltre con l’uso di altro (ho avuto sempre una sorta di limitatore in mente che mi ha, per fortuna, preservato)». 

«Ho incanalato tutto ciò poi nella palestra, allenandomi, nonostante molti mi dicessero che io “ero un secco” perché comunque anni fa, da piccolo, ero magrolino. Mi sono impegnato ottenendo risultati in termini di forza e questo mi ha dato modo dal punto di vista psicofisico di acquisire controllo e sicurezza in me stesso».

aldo adolescente, un ragazzo emarginato
aldo in palestra

…E HO CREATO IL PROGETTO “ESSERE UOMO”

«Quando il mare si è calmato, dopo aver navigato nella tempesta, conoscendo quei mari, ho deciso di dar vita a Essere Uomo. Non volevo più omologarmi e appartenere ad un gruppo, tutto il contrario; fregandomene altamente delle persone che dicevano “che stai facendo? Sei impazzito?” ho portato avanti questo progetto. Le persone non capiranno mai la grandezza delle tue ambizioni, a prescindere che queste siano piccole o grandi; molti penseranno sempre e solo a denigrare il lavoro altrui, preferiscono vederti stupido e attaccare ciò che fai, ripresentandosi solo quando effettivamente riescono a vedere che quello che fai ha un peso, un significato.»

«Il giudizio altrui può fregarci, inibirci, e invece no. bisogna andare oltre, esplorare al massimo le nostre potenzialità…perché ne vale la pena! Anche se non dovessimo riuscire, conta il fatto di poter dire: “ci ho messo tutto me stesso”».

Esplodi, espanditi, occupa spazio, diventa ingombrante.

Aldo Petrillo

«Questa frase riassume un po’ tutto: quando diventi una persona ingombrante, acquisti personalità e hai un peso, diventi scomodo; quello che gli altri guardando male, perché hai un impatto…ma tu DEVI averlo! Non per il gusto di essere leader, ma perché quello sei tu, con le tue idee, il tuo modo di pensare e la tua personalità».

aldo in primo piano, un ragazzo emarginato

Essere Uomo è il nome di un sito che Aldo ha creato, trasformato poi in un progetto più ampio che comprende anche i social. Si rivolge principalmente ai ragazzi e agli uomini, avendo come obiettivo quello di trattare varie tematiche: capire le donne, psicosfera, società e cultura, individualità maschile. Una descrizione tecnica di tutto ciò, da parte mia, la troverei molto riduttiva. Non voglio darne quindi una definizione, lascerò che siano le sue parole a spiegarvi il tutto e ad ispirarvi.

ESSERE UOMO

«Quasi vicino ai trent’anni, dopo tutti questi eventi che ho vissuto, comprese le varie relazioni, ho creato il progetto ESSERE UOMO ; un progetto, nato per i ragazzi, per gli uomini, con l’obiettivo di essere io, per loro, quella persona di cui ho parlato prima e che, per me, non esisteva. Quello che cerco di fare è dare degli strumenti a questi ragazzi, per far si che riescano a non cadere in un baratro, in un vortice ma, piuttosto, aver modo di far esplodere le proprie potenzialità

«Essere Uomo nasce innanzitutto come aiuto per i ragazzi a districarsi nelle relazioni; è uno dei motivi chiaramente, ma non quello principale. Spesso i ragazzi, noi uomini, viviamo in una condizione dove ci si ritrova quasi a subire l’esistenza; schiacciati, derisi…a volte nemmeno valorizzati addirittura dalle persone vicine a noi, che non ci appoggiano. Le nostre, sono urla che non si sentono. È un urlare in un abisso vuoto dove, anche se ti sgoli a tutta forza, non c’è nessuno ad ascoltarti».

«Nelle varie relazioni che ho avuto, mi sono confrontato con realtà abbastanza toste. Per quanto noi possiamo vivere una vita unica, è anche spaventosamente simile, in realtà, a molte altre; la mia, potrebbe essere simile a quella di tanti altri ragazzi dove, a differenza loro però, posso aver già superato/affrontato determinate tappe. Non tutti hanno la forza di riuscire ad andare avanti; un ragazzo che subisce atti di bullismo e/o altri dolori, non è detto che abbia poi quella forza di uscirne e tornare a galla. Sentire però la voce di qualcuno che ha vissuto queste cose, di qualcuno che ne è uscito, può essere davvero utile».

«Cerco di essere uno specchio positivo, qualcuno in cui i ragazzi possano riflettersi. Nel momento in cui uno di loro mi scrive e lo fa per ringraziarmi, dicendomi che l’ho aiutato, per me è una grossissima ricompensa..mi fa piacere e sento, anche egoisticamente parlando, di aver aiutato il me stesso del passato che nessuno ha potuto aiutare in quel momento».

«Raccontando la mia storia poi, voglio dimostrare che, nonostante molti ragazzi che aiuto mi vedono come una guida, come un faro, anche io sono stato uno “sfigato”. Non sono un superuomo; sono stato uno sfigato MA non ho nessuna paura o vergogna a confrontarmi con questo lato e affermare di aver vissuto una parte della mia vita da ragazzo emarginato».

SIAMO SICURI CHE IL MONDO DEI “VINCITORI” SIA QUELLO GIUSTO A CUI ISPIRARSI?

Siamo arrivati al momento, come avevo promesso, in cui questa storia avrebbe risposto a questa domanda. Penso che un’idea, chi ora sta leggendo questa storia, se la sia già fatta. 

Io, personalmente, non credo esista né un mondo dei vincitori né un mondo “giusto”. Siamo qui, tutti, immersi nella vita. Ogni giorno ci alziamo, apriamo gli occhi, riprendiamo la nostra routine e dimentichiamo. Dimentichiamo che da qualche parte possa esistere un ragazzo emarginato, una persona in difficoltà, qualcuno che ha perso la direzione. 

Ecco, io non credo che sia compito nostro doverci sobbarcare di tutta la sofferenza del mondo; pur volendo, ognuno di noi, non potrebbe. Penso solo che, però, non possiamo concederci il diritto di dimenticare. La sofferenza esiste. Così come esiste la felicità (anche qui, avevo scritto qualcosa di simile).

A tutti coloro che si sono riconosciuti in questa storia vorrei lanciare questo messaggio: non esiste un mondo dei vincitori a cui ispirarsi. Se vivi nell’emarginazione, non pretendere di omologarti a quella realtà che l’emarginazione te la crea. Piuttosto cerca un modo o qualcuno che possa aiutarti a costruire il tuo mondo, quello in cui puoi davvero riconoscerti, quello in cui non ti dai per scontato/a, quello in cui senti il senso della tua vita pervaderti dalla testa ai piedi.

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2 risposte

  1. Solo tu potevi dare dignità alla mia storia in questo modo. Ti sono grato per la donna eccezionale che sei. Certe volte torno a rileggerlo e provo delle sensazioni incredibili. Tutti dovrebbero conoscere il tuo incredibile talento… Ti amo.

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melissa basta

Mi chiamo Melissa (Meli o Mel, di solito) e sono una scrittrice. “Guardarsi dentro, senza timore” è il mio mantra, la base da cui partire, il motto che sostengo e ciò che vorrei fosse d’ispirazione.

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